martedì 12 febbraio 2008

Rovesciare il '68

MARCELLO VENEZIANI
«Incapaci di confrontarsi con la realtà»


Nel suo libro critica il Sessantotto e i sessantottini oggi al potere: in quale direzione?
«Parto da una valutazione: il Sessantotto come rivoluzione politica ed economica è fallito, non ha prodotto alcun cambiamento di assetti. Anzi: da allora il capitalismo ha marciato in maniera ancor più inarrestabile. Ha invece avuto effetti devastanti sul piano civile, dalla famiglia alla scuola, alla meritocrazia... E ha prodotto una generazione incapace, come giustamente sottolinea Lilla, di confrontarsi con la realtà: quando l’immaginazione va al potere, si perde la concretezza delle cose».
I limiti dell’attuale classe dirigente hanno le proprie radici nella cultura di quell’epoca?
«Molti degli atteggiamenti oggi dominanti nel costume velleitario della classe dirigente italiana sono lasciti aberranti del Sessantotto, nel segno di una continuità con quello spirito e con quell’epoca».
Eppure il Sessantotto si proponeva una nuova, 'moderna' comprensione della dimensione umana...
«Sì, ma un conto è l’attenzione e il rispetto della persona e della cultura altrui; un altro è perdere il senso della realtà e ritenere che tutto diventi intercambiabile, considerando indifferente perfino la propria tradizione culturale e religiosa. La relativizzazione, anziché esaltarla, mortifica l’identità dell’interlocutore. Questo è uno dei limiti della cultura sessantottina: esaltava ombre, non persone vere e concrete. E di solito la generica e astratta solidarietà verso l’umano si accompagna all’intolleranza verso le persone concrete».
Potrà mai la generazione figlia del Sessantotto superare i limiti che ha ereditato dal passato, oppure dobbiamo limitarci ad aspettare l’avvento al potere di una nuova generazione?
«Temo di sì, perché – salvi i ravvedimenti individuali, che ci sono stati e ci saranno – dopo quarant’anni di servizio è giusto che il Sessantotto vada in pensione, insieme alla cultura che l’ha alimentato. È più facile pensare a un ricambio che a una redenzione collettiva della classe dirigente, nel momento in cui da sessantottini diventano sessantottenni».

Tratto dall'articolo di
Edoardo Castagna

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